OVVERO RIDURRE L’INCERTEZZA CERCANDO DI PREVEDERE IL COMPORTAMENTO ALTRUI

Oggi più che mai in passato, in qualsiasi lavoro dobbiamo fare quotidianamente i conti con la gestione dell’incerto. La difficoltà di approvvigionamento delle materie prime, i rapporti con i partner commerciali e i competitor, o ancora le scelte d’acquisto dei clienti in un punto vendita fisico o virtuale: questi non sono altro che esempi di variabili legate al fattore umano di mercati, organizzazioni o singoli membri della nostra società, capaci però di giocare un ruolo decisivo nella vita nostra e in generale delle Aziende.

Così la previsione del comportamento delle altre persone diventa fondamentale per far fronte alle sfide che ogni giorno ci si parano davanti, consentendoci l’emissione di risposte tempestive e possibilmente efficaci. La velocità di una raccolta dati accurata, e della loro corretta interpretazione, diventa vantaggio competitivo in grado di determinare se un’impresa riuscirà ad adattarsi al cambiamento più e meglio delle altre e dunque a sopravvivere oppure no.

Questo Darwinismo aziendale non è poi molto diverso da quello che si verifica quotidianamente anche nella nostra sfera privata. Ogni giorno tutti noi siamo alla ricerca di nuovi elementi che ci consentano di costruire modelli previsionali in grado di guidarci nella massimizzazione dei nostri risultati, riducendo al contempo gli sprechi di risorse. La dinamica di base è simile: che si tratti di investimenti di capitale ai vertici aziendali o di fare la spesa sotto casa, cambia poco.

Analizzare il comportamento passato, tentando di prevederne l’andamento in futuro, è esattamente ciò che si prefiggono di fare le scienze comportamentali attraverso l’applicazione dei principi e degli strumenti propri del metodo scientifico. La dicitura al plurale indica quello che viene considerato generalmente un insieme di discipline anche molto diverse tra loro, tra cui spiccano le neuroscienze (Gatti & Vecchi, 2019; Tomasello, 1999), la psicologia cognitiva (Ellis, 1989; Beck, 1984), e l’economia comportamentale (Thaler & Sunstein, 2008; Kahneman & Tversky, 1979).

È però su un’altra disciplina afferente alle Scienze Comportamentali, nei Paesi anglosassoni nota come Behavior Analysis (in italiano Analisi del Comportamento), che vogliamo concentrarci qui. Nata oltre cent’anni fa con il nome di Comportamentismo (Watson, 1913), e poi delineatasi nella sua forma più attuale e pragmatica (Skinner, 1974), si basa su un approccio data-based che la accomuna forse più all’ingegneria che alla psicologia comunemente intesa.

Ed è proprio un famoso detto nel campo della Behavior Analysis a dire che il miglior predittore del comportamento futuro è il comportamento passato, a significare che è nella nostra storia personale di apprendimento che possono essere rintracciati i motivi del nostro agire: validi ieri, come domani. Questo perché, gli studi dicono, tutti noi tendiamo a rifare ciò che in passato si è dimostrato funzionale in contesti simili e a evitare la ripetizione di errori o tentativi già rivelatisi infruttuosi.

A corroborare questo motto, oltre 60 anni di risultati ottenuti applicando pochi semplici principi generali negli ambiti più svariati: medico, scolastico, riabilitativo,  sportivo, lavorativo, ecc. Proprio nel mondo del lavoro, una branca della Behavior Analysis chiamata Organizational Behavior Management (OBM) si occupa di analizzare e migliorare le performance in termini di specifici comportamenti di produzione, vendita, sicurezza e qualità.

È ovvio che, se risulta abbastanza fattibile isolare variabili singole in un setting controllato come quello artificiale di un laboratorio, non si può dire altrettanto di sistemi aperti e complessi come quelli  naturali. Anche in questi casi però la Behavior Analysis da anni riesce a fornire informazioni e chiavi di lettura non convenzionali a chi è in grado di coglierne il valore e applicarla correttamente. Per poter cambiare il comportamento bisogna prima conoscerlo, e per poterlo conoscere bisogna prima misurarlo.