CONTA PIU’ QUELLO CHE È STATO FATTO OPPURE CHI L’HA FATTO?

Immaginiamo di assistere alla scena di un automobilista che, per sollecitare qualcuno avanti a sé, “suona” il clacson ripetutamente (i.e. frequenza), in maniera prolungata (i.e. durata) o istantanea alla comparsa del verde (i.e. latenza). Di fronte a situazioni come questa spesso siamo tentati di attribuire il comportamento delle persone a loro stati d’animo momentanei oppure a tratti stabili della loro personalità.

Qualcuno giudicherebbe l’automobilista come “impaziente”, “maleducato” o addirittura “frustrato”. Dal punto di vista comportamentale, tuttavia, tali etichette non riflettono singole azioni oggettive bensì un insieme di prassi che nella nostra cultura siamo soliti associare a un certo atteggiamento generale, che però assume significati leggermente diversi a seconda della nostra storia personale di apprendimento.

In altre parole, con una misura numerica potrei contare quante volte una persona suona il clacson ma non quanto è nervosa: non vi è infatti alcuna scala universale oggettiva a riguardo. Il fatto che ci venga normale, automatico e quasi istintivo esprimerci così non deve trarci in inganno e condurci a spiegazioni innatistiche. Usare aggettivi, avverbi, sostantivi e locuzioni a mo’ di etichetta è anch’esso un comportamento (verbale).

Il fatto che ce ne serviamo con frequenza più o meno elevata non ne giustifica l’uso indiscriminato e giudicante. Quanto ci può limitare ragionare solo in questi termini? Quante informazioni stiamo ignorando o escludendo dalla nostra analisi della situazione? Spiegare il comportamento nostro o altrui tramite presunte caratteristiche interne possedute dall’individuo è un’abitudine nella nostra cultura che comporta dei vantaggi ma anche degli svantaggi, come ogni scorciatoia.

Uno dei vantaggi di etichettare le persone sulla base di ciò che fanno, o di ciò che sentiamo dire sul loro conto, è che le rende maggiormente prevedibili ai nostri occhi e questo fa risparmiare tempo ed energie. Da un punto di vista evolutivo probabilmente “fondere” comportamenti in pattern di singole parole ci ha avvantaggiato nel riconoscere e nel segnalare più velocemente le minacce e le opportunità ai nostri simili, oltre che nel ridurre la lunghezza delle frasi.

Da un lato è vero che il miglior predittore del comportamento delle persone è il loro comportamento passato, ma è anche vero che i rischi legati a un uso eccessivo di etichette non sono da sottovalutare. Per l’individuo come per la società, sia nel breve che nel lungo periodo. D’altronde, stiamo parlando a tutti gli effetti di generalizzazioni e stereotipi che possono tramutarsi in pregiudizi e “profezie che si auto-avverano”.

Un altro svantaggio non da poco è che le etichette nascono per spiegare in maniera semplice la causa dei comportamenti ma in realtà non spiegano nulla: infatti il ragionamento diventa circolare, nel momento in cui manca un nesso causa-effetto. L’automobilista è nervoso perché suona il clacson oppure suona il clacson perché è nervoso? Molto probabilmente, nessuna delle due.

Non è tutto: se volete che qualcuno cambi un comportamento che ritenete inadeguato, disfunzionale o che semplicemente non sopportate, usare le etichette non vi aiuterà molto. Se un responsabile dicesse “Vorrei che questo team fosse più proattivo” voi a cosa pensereste? E se non fossero gli stessi comportamenti che ha in mente il capo? Un altro grande difetto delle etichette è quello linguistico: essendo ambigue sono soggette a misinterpretazioni.

In conclusione, cosa possiamo fare noi? Visto che la lingua italiana gode di un vocabolario ampio, una prima soluzione consiste nel parlare più spesso attenendoci ai fatti, riportandoli oggettivamente e in ordine sequenziale: più azioni, meno giudizi. Separando le nostre opinioni sugli eventi dagli eventi stessi otterremo un resoconto più imparziale. Al diavolo la sintesi! Un’altra opzione è quella di praticare di più l’empatia e il perspective taking, chiedendoci più spesso, a valle di eventi specifici: se fossi io a essere etichettato così, come mi sentirei?